“Architettura della fotografia”

Da fuoco e acqua

Il libro fotografico descrive e illustra la fotografia d’arte di Paolo Grassi. Il percorso fotografico dell’artista, iniziato alla fine degli anni ’70 del Novecento, abbraccia vari temi che vanno dalla ricerca grafica, allo studio del corpo in movimento, alla lettura del paesaggio e delle forme architettoniche nello spazio urbano.

Molti i punti di contatto tra le sue foto e l’architettura, identici gli elementi strutturali, funzionali ed estetici. Ampio spazio è dedicato alle opere uniche contemporanee del progetto “Da fuoco e acqua” realizzate per mezzo della stampa manuale in resino-pigmentype (derivata dalla resinotipia), tecnica che consente di mettere in evidenza l’essenza e la matericità e permette di ottenere esemplari unici non riproducibili.

Sommario

  • Pensiero e formazione
  • E-Levare
  • Vele al vento
  • Brovira
  • Click di famiglia
  • Architettura
  • Architettura della fotografia
  • Fotografia e arte
  • LE-Strip
  • La goccia
  • Percorso artistico
  • Gli anni ’70 e ’80
  • La ricerca grafica
  • Il corpo e il movimento
  • Dagli anni ’90 a oggi
  • La lettura del paesaggio
  • Il colore nella città
  • Il mare delle Cinque Terre
  • Da fuoco e acqua
  • Sardegna
  • Architettura e città
  • Arte e paesaggio
  • Arte e archeologia industriale
  • Dietro le quinte
  • Biografia

 

Caratteristiche del libro fotografico:

  • Formato 22x30 cm
  • Pagine 164
  • Stampa a colori su carta patinata
  • ISBN 978-88-92696-87-7
  • Prezzo di copertina € 35,00

Il volume è acquistabile in tutte le librerie italiane e nelle principali librerie online tra le quali Amazon e La Feltrinelli.

Immagine di copertina del libro fotografico “Architettura della fotografia. Da fuoco e acqua.

Acquista l’edizione cartacea o E-Book sui negozi online Amazon o Feltrinelli

Scarica l’anteprima PDF oppure acquista l’E-book PDF su Streetlib

Estratto di alcuni capitoli del libro fotografico

 

E-Levare.

Levare per elevare l’opera

Una serie di figure che si stagliano in controluce nel pulviscolo bianco del marmo. Visi di scultori con capelli e baffi imbiancati. Una coltre bianca e protettiva che rendeva tutto favoloso. Questi i ricordi della mia infanzia.

Sono nato a Carrara, cittadina a nord della Toscana, nota per l’estrazione e lavorazione del marmo bianco da sempre utilizzato dagli artisti di tutto il mondo. Mio nonno materno, cavatore di marmo, mi accompagnava a visitare i laboratori dove nascevano le grandi opere monumentali.

E’ in questi luoghi che ho potuto vedere dal vivo la scultura che Michelangelo definiva arte che si fa per forza di levare. E’ in questi ambienti che ho scoperto che il volume di un’opera si cela latente nel materiale grezzo e viene pian piano portato alla luce dall’attento lavoro dello scultore.

Qui ho visto incarnato il principio che si applica a ogni opera dell’ingegno umano: dal lavoro dei campi, dove l’aratro modella la superficie del terreno, alle opere d’arte dove l’artista modella prima mentalmente e poi plasticamente le forme.

Anche nella fotografia, l’arte che da sempre ho sentito come a me più congeniale, è grazie al processo di rimozione del superfluo che la materia prende la forma e viene rivelata dai raggi luminosi. Gli antichi lo chiamavano labor limae ma il principio è valido in ogni epoca.

 

Architettura della fotografia

Le Corbusier affermava che “L’architettura è il gioco sapiente, corretto e magnifico dei volumi raggruppati sotto la luce. I nostri occhi sono fatti per vedere le forme nella luce: l’ombra e la luce rivelano queste forme; i cubi, i coni, le sfere, i cilindri e le piramidi sono le grandi forme primarie… La loro immagine ci appare netta E senza ambiguità”.
Schierandosi apertamente contro gli stili e i movimenti storicisti del tempo e concependo l’architettura come “il sistema coerente dello spirito” che “non ha niente a che vedere con la decorazione”, Le Corbusier poneva le basi per la nascita di uno “spirito nuovo”. La forma architettonica per lui doveva nascere dalle funzioni della vita quotidiana. Questa concezione lo portava a rimuovere i simboli che egli riteneva non più attuali per sostituirli con una nuova simbologia derivante dalla funzione dell’oggetto o dell’architettura.
Questi principi, sono sempre stati alla base di ogni mia realizzazione; sia nelle opere architettoniche sia in quelle fotografiche ho sempre cercato di creare forme libere da ogni elemento superfluo.

Fotografia e arte.

La riproducibilità dell’opera

La resino-pigmentype, tecnica che ho messo a punto, e con la quale realizzo opere in bicromia (soprattutto bianco e nero) mi permette di creare immagini sempre diverse le une dalle altre anche partendo dalla stessa pellicola master. L’intervento che opero durante la stampa consente di rendere unica ogni copia realizzata.
Tale tecnica rende oziosa la discussione sulla riproducibilità della fotografia intesa come opera d’arte. Nella fotografia tradizionale – ma il principio è valido anche per quella numerica – non ha senso “chiedersi quale sia la copia autentica di una foto ricavata da una pellicola fotografica, dato che dalla stessa è possibile trarre tutta una serie di copie”.
La diversità tra una copia e l’altra, realizzata con la tecnica che ho messo a punto, è sempre evidente anche a un’osservazione superficiale.
Neanche le cosiddette stampe d’arte, quali l’acquaforte o la litografia, permettono una tale originalità.
Il raffronto con le classiche stampe fotografiche, sia quelle realizzate a mano su carta ai sali d’argento, sia quelle prodotte dalle sofisticate stampanti del tipo “lambda”, “inkjet” o “gicleè” non è possibile:
sarebbe come paragonare una scultura in marmo scolpita a mano dall’artista con una creata per mezzo di una stampante 3D.
La prima risente del tocco dello scalpello che nella mano dell’artista modella il blocco di marmo in funzione della sensazione che prova man mano che l’opera assume la sua forma.
La seconda, è realizzata sulla base di un modello digitale creato a priori e visualizzato sul monitor del computer e quindi senza un rapporto diretto con la forma che nasce piano piano.
Con questo non intendo dire che l’opera d’arte nasca solo dalla dimensione manuale, sarebbe come elevare al rango di creazione artistica ogni manufatto, voglio semplicemente sottolineare che l’idea creativa non può prescindere da un processo che la faccia incarnare nella materia.
Lo scatto è solo la prima fase della mia opera fotografica. Ciò che vede il mio occhio durante la ripresa viene plasmato e modellato durante la fase di stampa. In questo momento il pennello opera sull’immagine con movimenti e impulsi che coinvolgono tutto il corpo.
Questa è per me la differenza che passa fra un semplice “scatto” e un’opera che ha un percorso creativo lungo e complesso.